
Lunedì, 13 luglio 2026
Vi esortiamo, fratelli, ad ammonire i disordinati, a confortare gli scoraggiati, a sostenere i deboli, a essere pazienti con tutti (1Tessalonicesi 5:1)
Paolo scrive a una chiesa che ha appena lodato, ma con occhio paterno e cuore di pastore non la idealizza, e ne mette in evidenza alcune difficoltà. In essa vi sono disordinati, scoraggiati, deboli. Nell’indicare queste criticità l’apostolo non sta additando nemici da combattere, ma fratelli da aiutare: chi si ritrova “fuori dai ranghi”, chi si è perso d’animo, chi non si regge più da solo.
Proprio perché le nomina, l’apostolo insegna che le ferite di una comunità si affrontano riconoscendole; negarle significherebbe lasciarle incancrenire. A ciascuna fragilità egli accosta la sua cura: ammonire il disordinato, confortare lo scoraggiato, sostenere il debole.
Le tre cure sono unite da un filo comune, “essere pazienti con tutti”, senza fastidio e senza mormorare: ammonire con pazienza, confortare con pazienza, sostenere con pazienza. Questa virtù la chiesa non la produce da sé, ma la riceve mediante l’amore sparso nei nostri cuori alla nuova nascita. La grazia di Dio ci ha raggiunti quando eravamo noi i disordinati, gli scoraggiati, i deboli, e ci ha redenti. Ora siamo chiamati a imitare quell’amore, perché “come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi”: Cristo è insieme Colui che ci ha perdonati, esempio e forza del nostro perdonare, e dal Suo perdono scaturisce l’amore “vincolo della perfezione”, l’unico legame che tiene insieme una famiglia fatta di fragilità diverse (Colossesi 3:13-14).
Cari amici e fratelli, la chiesa non è chiamata a essere perfetta, ma coerente e fedele, a riconoscere le proprie ferite, a curarle con pazienza, a perdonare come è stata perdonata. Non un buonismo sentimentale, ma la manifestazione potente della grazia che edifica e ci qualifica ad annunciare l’Evangelo, nell’attesa del ritorno di Gesù.
